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19 Settembre 2022

“Come sarebbe andata se…?”: sul lavoro il rimpianto può compromettere le nostre scelte future

Dopo le ‘Grandi Dimissioni’, negli Stati Uniti sembra essere arrivato il momento del ‘Grande Ripensamento’: chi si è lasciato trasportare dall’onda emotiva del momento ora potrebbe essersi pentito. Ma il rimpianto sul lavoro, se mal gestito, può essere un serio problema per il nostro futuro professionale

Mai come in questo periodo abbiamo piena percezione dello scorrere del tempo: importanti sconvolgimenti storici, dalla pandemia di Covid-19 alla guerra in Ucraina sono diventati, da ormai due anni, la nostra quotidianità e avvengono in un momento in cui non siamo mai stati così connessi. Utilizziamo almeno tre social network diversi a testa, le vite degli altri sono sempre sotto i nostri occhi. Il confronto continuo tra i nostri follower e la nostra vita ci porta a un’autocritica costante, unita a una sensazione che gli inglesi chiamano F.O.M.O., Fear of Missing Out. La paura di ‘perdersi le cose’, di stare ‘sprecando la vita’ mentre questa scorre al nostro fianco, sempre più velocemente.

Sarebbe sciocco non riflettere sull’influenza che questa paura, figlia dell’epoca dell’iper-connessione, ha sulle nostre decisioni, private e professionali, ma anche sul giudizio che diamo alle scelte del passato, diventato per molti impietoso. E, secondo quanto rivela una ricerca condotta negli USA da CNBC, il 47% dei millennials – i trentenni/quarantenni di oggi – rimpiange le proprie scelte professionali. In particolar modo, tanti si pentono di aver accettato un lavoro frustrante esclusivamente per denaro.

Le ‘Grandi Dimissioni’ sono state un’illusione?

Come abbiamo già raccontato, quella dei millennials è una generazione particolarmente sfortunata, investita da crisi continue e costantemente dimenticata dalla politica. Oltre tutto questo, la Gen Y fatica a reggere il confronto sia con i genitori, appartenenti a un periodo economicamente più stabile e quindi maggiormente in grado di raggiungere obiettivi come creare una famiglia o comprare una casa, sia con i giovanissimi della Gen Z, che devono senza dubbio confrontarsi con un mondo sempre più un crisi, ma sono molto meno disposti a scendere a compromessi: i millennials invidiano ai più giovani la loro maggiore libertà e consapevolezza su ciò che desiderano, sul lavoro come nella vita.

Proprio questo desiderio di rivalsa ha generato un fenomeno ormai noto a tutti come ‘Great Resignation’, le ‘Grandi Dimissioni’, ma potrebbe essersi trattato di un’illusione: secondo un sondaggio condotto dalla piattaforma Joblist negli Usa, sono in molti ad essersi pentiti della scelta di lasciare il lavoro e circa un (ex) lavoratore su quattro non la rifarebbe.

Il post pandemia, soprattutto in rete, è stato idealizzato come il momento in cui, temprati dalla tragedia globale che abbiamo attraversato, avremmo riscoperto noi stessi e mai più messo il lavoro davanti al nostro benessere. Eppure, la realtà è più complessa di un post su Instagram o di un blog di mental coaching: lasciare il lavoro significa doverne cercare un altro, e il 40% degli intervistati da Joblist ha dichiarato di essersi trovato alle prese con un mercato del lavoro ben più difficile di quanto si aspettasse; per chi riesce a trovare un nuovo impiego, poi, c’è il confronto con le aspettative, spesso troppo alte: il 42% ammette di essersi pentito perché il nuovo lavoro si è rivelato peggiore del vecchio.

La trappola della ‘Yolo Economy’

Spostando lo sguardo sull’Italia, sembra che il ‘Grande Ripensamento’ non abbia le stesse dimensioni degli Stati Uniti, eppure qualcosa si muove anche qui: una ricerca di Hunters Group, società di ricerca e selezione del personale, operata su un campione di 1000 lavoratori che si sono dimessi nel periodo della pandemia, rileva che il 32% degli intervistati si ritiene poco o per nulla soddisfatto del cambio di lavoro e il 29% sarebbe addirittura disposto a tornare sui suoi passi.

Si parlava di idealizzazione e sull’effetto che l’onda emotiva del momento può avere sulle nostre decisioni: la ricerca di Hunters Group sembra confermare che alcuni si siano lasciati trasportare dalle promesse della cosiddetta ‘Yolo economy’, dove ‘Yolo’ è un acronimo per ‘You Only Live Once’ (Si vive una volta sola). Ma c’è il concreto rischio di romanticizzare una decisione che invece richiederebbe prudenza, attenzione e uno sguardo responsabile sul futuro.

Ripensare alle nostre scelte è un comportamento perfettamente umano. ‘Come sarebbe andata se’ è una domanda che tutti ci siamo posti almeno una volta nella vita. E i rimpianti, piccoli e grandi, sono parte del nostro bagaglio di esperienze. Eppure, questo perpetuo rimpianto può farci perdere di vista il presente e, soprattutto, influenzare negativamente le scelte che dobbiamo ancora compiere.

Come gestire il rimpianto sul lavoro?

Non è affatto vero che ‘il passato è passato’: ciò che siamo è determinato dalle nostre scelte ed è per questo che dobbiamo ascoltare i nostri rimpianti, perché possono dirci tanto su noi stessi e su ciò che desideriamo per il futuro. Ma il rimuginare troppo sul passato, mettendo in discussione ogni nostra scelta, è controproducente. Sebbene in questo campo i consigli possibili sono sempre dei cliché, ci sono almeno due atteggiamenti mentali che possono aiutarci a non vivere costantemente nel rimpianto.

Il primo è la disconnessione: vivere costantemente confrontando le nostre vite con quelle di amici, conoscenti o influencer ci fa dimenticare che su Internet ognuno di noi mostra una parte di sé accuratamente selezionata. Imparare a gestire il nostro rapporto con i social network e ripensare il modo in cui ci lasciamo influenzare da ciò che vediamo o leggiamo online può renderci più consapevoli delle nostre scelte.

Il secondo è invertire la prospettiva: ogni scelta compiuta nel nostro percorso, professionale o privato, produce conseguenze, sia negative che positive. La nostra attenzione è spesso catturata da ciò che va male, ma sarebbe opportuno ricordare anche ciò che di buono è derivato dalle nostre decisioni. Per esempio, potremmo aver incontrato nostra moglie/marito proprio in quella facoltà universitaria che non faremmo più ‘se potessimo tornare indietro’. Dovremmo, insomma, sempre ricordare che la nostra vita non è definita dal nostro lavoro o dal nostro percorso di studi.

 

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