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15 Settembre 2022

I pentiti delle Grandi Dimissioni

Di Alessandra Peluzzi 

Il mito delle Grandi dimissioni sembra in continuo sgretolamento. In Italia se n’è iniziato a parlare dal 2021, quando negli Usa i numeri stavano raggiungendo i 40 milioni di contratti interrotti: il fenomeno della Great Resignation è stato a lungo motivo di allarme anche nel nostro Paese, soprattutto alla luce dei dati del Ministero del Lavoro che riportavano un incremento del 30% delle cessazioni volontarie rispetto all’anno precedente. I numeri hanno catalizzato l’attenzione dei media, ma spesso le analisi non hanno saputo raccontare la situazione per come si stava realmente sviluppando.

Innanzitutto, dopo la pandemia e le chiusure del 2020, c’era da aspettarsi un rinnovato ‘movimento’ nel mondo del lavoro: se è vero che le dimissioni nel 2021 sono aumentate, è anche vero che – sempre secondo il Ministero del Lavoro – nel 2020 c’era stato un calo del 18%, per cui più che di Grandi dimissioni sarebbe stato più corretto parlare di ‘dimissioni rimandate’. In più, con il tempo, anche la narrazione principale, che voleva lavoratori insoddisfatti e poco valorizzati che lasciavano l’impiego per dedicarsi alle proprie passioni, ha ceduto al passo a una più realistica ‘transizione job-to-job’, come spiegato da Adapt: l’Associazione per gli studi internazionali e comparati sul diritto del lavoro e sulle relazioni industriali. Proprio la tesi del cambio di lavoro – sostenuta anche dal Ministro della Pubblica Amministrazione Renato Brunetta, ha trovato concretezza nei dati dell’incremento del tasso di rioccupazione – cresciuto del 4% – e nei numeri dell’Istat sull’occupazione, che ad aprile 2022 ha raggiunto il 59,9%, la percentuale più alta dall’inizio dell’analisi nel 1977.

Ora il ‘mito’ sulle Grandi dimissioni subisce un altro colpo, perché una ricerca di Hunters Group, società di selezione del personale, ha svelato che molti di coloro che hanno cambiato lavoro, già nei primi mesi dall’inizio della nuova avventura professionale sarebbero pronti a tornare indietro, perché si rendono conto di aver preso questa decisione sull’onda dell’emotività invece che sulla base di un vero progetto di carriera. Con buona pace dei propositi della Yolo economy e degli stili di vita che privilegiano la sfera privata e sacrificando quella lavorativa, basandosi sul principio che ‘si vive una volta sola’ (da cui l’acronimo Yolo, you only live once).

Il cambio di lavoro lascia insoddisfatti

La ricerca ha visto la partecipazione di circa mille candidati tra quelli che nell’ultimo anno hanno deciso di intraprendere un nuovo percorso professionale. Punto focale dell’analisi è stata la soddisfazione sul nuovo posto di lavoro, che secondo le logiche della Yolo economy dovrebbe essere una forza trainante nella scelta dell’impiego. Ciò che emerge è che il 32% degli intervistati si ritiene poco o per nulla soddisfatto del cambio di lavoro, e il 29% sarebbe addirittura disposto a tornare sui suoi passi.

Se le percentuali di per sé non sembrano molto alte – la stragrande maggioranza, in fondo, non vuol tornare indietro – è necessario contestualizzarle confrontandole con i dati Istat. Nel 2021 il 77,5% degli occupati ha dichiarato di essere “molto o abbastanza soddisfatto” del proprio lavoro; questo significa che gli insoddisfatti erano al 32,5%, dato che è perfettamente in linea con quello di Hunters Group. Si può quindi affermare che il fenomeno delle Grandi dimissioni non ha avuto un impatto rilevante sulla soddisfazione media dei lavoratori italiani, la cui percentuale di soddisfatti e insoddisfatti resta inalterata.

L’impressione generale, infatti, è che in molti abbiano agito sull’onda emotiva della Yolo economy, piuttosto che su una visione d’insieme e quindi senza valutare tutte le variabili coinvolte nel cambio di lavoro. A contribuire, certamente, sono stati anche i colloqui da remoto e l’impossibilità di visitare le nuove sedi degli uffici, che hanno impedito ai candidati di avere una valutazione accurata della realtà all’interno della quale si sarebbero dovuti inserire.

Se è vero che ‘si vive una volta sola’ questo non significa che bisogna agire impulsivamente, trascinati dall’emotività e da aspettative irrealizzabili. Anzi, serve consapevolezza, prudenza e attenzione. Solo in questo modo si può cambiare in meglio. Il consiglio è quindi di cercare con attenzione le nuove aziende e di valutarle al meglio, affinché si possano individuare le organizzazioni vicine ai propri valori e alle proprie necessità.

 

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